A Martina Franca la conferenza nell’ambito della Giornata delle lingue locali. Il dibattito animato da una domanda di Angelo Palma, autore della Grammatica del cegliese e sostenitore della scrittura, al relatore Antonio Romano, docente di Linguistica e glottologia all’università di Torino. Indispensabile registrare la fonia del dialetto per conservarne la pronuncia, ma scriverlo è un’assicurazione sul futuro
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di Damiano Leo
Si è tenuta ieri, domenica 18 gennaio, presso Palazzo Ducale di Martina Franca, una interessante e partecipata conferenza intitolata “Caratteristiche meno note del dialetto martinese, frangi menti e pattern ritmici”.
Relatore della conferenza è stato il salentino Antonio Romano, professore ordinario di linguistica e glottologia presso l’Università di Torino. La conferenza è stata la chiusura di una tre giorni dedicata alla “Giornata nazionale del Dialetto e delle Lingue Locali”, istituita nel 2013 dall’Unione Nazionale delle Pro Loco d’Italia (Unpli), con l’obiettivo principale di sensibilizzare le comunità locali sulla tutela e valorizzazione dei dialetti e delle lingue locali. Consci che i dialetti non sono varianti dell’italiano, ma lingue a sé stanti, con una storia e una cultura proprie. Secondo l’Unesco, infatti, in Italia si parlano circa 34 lingue e dialetti considerati vivi.

I saluti istituzionali, e i gli onori di casa, sono stati fatti da Carlo Dilonardo, Assessore alle attività culturali di Martina Franca e la consigliera Valentina Lenoci. Ha introdotto la conferenza Alessandro Montrone, psicologo psicoterapeuta.
Un incontro di alto livello sulle “Caratteristiche meno note del dialetto martinese”, ma anche sui dialetti viciniori, come quello di Ceglie Messapica, per il quale fino alla città tarantina si sono spinti un significativo gruppo di studiosi e amanti del vernacolo. Prima fra tutti l’ex assessore alla cultura Antonello Laveneziana e l’ingegnere Angelo Palma, autore del Dizionario Etimologico del Dialetto di Ceglie Messapica con Gramatica, pubblicato per i tipi martinesi di Artebaria Edizioni, nello scorso marzo.
Quella del professor Antonio Romano, linguista di fama nazionale e Direttore del Laboratorio di Fonetica Sperimentale “Arturo Genre”, è stata una lectio magistralis. Un evento divulgativo relativo ad alcune caratteristiche meno note del dialetto martinese e non solo, di altissimo profilo scientifico che ha concluso il ciclo di eventi per la Giornata nazionale dei Dialetti e delle lingue locali, promossi dall’Amministrazione Comunale di Martina Franca.
Alessandro Montrone aveva proposto l’incontro martinese in continuità con gli studi relativi alla consapevolezza del dialetto già avviati da don Giuseppe Grassi, don Giuseppe Prete, dal professor Gerald Rohlfs, dal direttore Michelangelo Semeraro e dall’avvocato Giuseppe Gaetano Marangi, come ha brevemente detto nella sua introduzione.

Articolata ed efficace è stata la lectio magistralis del professor Antonio Romano, che si è principalmente soffermato sulla necessità di registrare quanto più dialetto possibile per meglio conservarlo studiarlo e tramandarlo alle future generazioni. A tal proposito utile è stata la domanda posta al relatore dall’ingegnere e studioso cegliese Angelo Palma: “Per tramandare il dialetto serve la scrittura o la registrazione della voce?”.
Dalla ricca conferenza del professor Romano sulla fonetica del dialetto martinese, si è dedotta una distinzione: a) se bisogna tramandare la pronuncia serve la registrazione della voce; b) se bisogna tramandare le parole e la sintassi occorre lo scritto. Infatti, quando si analizzano le frequenze della voce possono venir fuori diverse versioni del dialetto a seconda della persona e della sua età. La scrittura, invece, è una cosa mediata. In italiano in genere scriviamo come si parla, ma quando si confronta il parlare del nord con quello del centro-sud, per fare un esempio il primo dice “vado a mare”, il secondo “vado a mmare”, con il raddoppiamento dono-sintattico. Aggiungiamo che in latino, per fare un altro esempio, si diceva Kesar e si scriveva Caesar, ma il latino è stato tramandato con gli scritti e così pure l’italiano. Il professor Antonio Romano, durante la sua apprezzata e dotta conferenza, ha, però, prima sostenuto, in risposta alla suddetta domanda di Angelo Palma, che bisogna tramandare la voce, ma dopo altre domande giunte dal numeroso pubblico in sala, ha concluso che bisogna tramandare lo scritto e la voce.
L’auspicio è che si continui a fare, magari anche solo riproponendo ogni anno, nei nostri comuni, da Ceglie a Martina, da San Vito dei Normanni a Francavilla Fontana, le giornate del dialetto e delle parlate locali l’Unpli.

