7 Settembre 2026

Il Sacco di Isabella d’Este

Raffigurazione del Sacco di Roma, ad opera nel 1527 delle truppe di Carlo V d’Asburgo composte da lanzichenecchi tedeschi
Raffigurazione del Sacco di Roma, la devastazione del maggio 1527 ad opera delle truppe dell'imperatore Carlo V d’Asburgo composte soprattutto da lanzichenecchi tedeschi

Tra revisionismo e più approfondite conoscenze, la vita, le passioni e gli intrighi di una figura controversa che lo storico di Ceglie Messapica “legge” in controluce. Sullo sfondo, una delle pagine più mortificanti della storia italiana: il Sacco di Roma, la devastazione subìta nel 1527

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di Gaetano di Thiene Scatigna Minghetti

La copertina del libro di Antonio Forcellino

Uno dei protagonisti più controversi del saggio storico-critico di Antonio Forcellino, “Roma. Il Sacco del 1527. Le donne, gli uomini e l’arte di fronte alla furia dei Lanzichenecchi”, Milano Harper Collins, 2026, pp. 361, in cui è documentata, circostanziatamente, la vigliaccheria dei potentati italiani nel XVI secolo, è una donna: Isabella d’Este (1474 – 1539), che, finora, era stata ritenuta da una certa storiografia italiana solamente come una signora dal carattere vivace ed intrigante, molto colta ed amante dell’arte, sì, ma, sostanzialmente, come tutte le madri italiane, attenta e protettiva nei confronti dei figli per i quali si spendeva con tutte le sue forze per assicurare loro una carriera eclatante, all’altezza della dinastia dei Gonzaga, di cui aveva sposato Francesco II marchese di Mantova.

E’, questo, il ritratto stereotipato, seppure non privo di valutazioni contrarie alla comune vulgata, costellato, di alcune ombrose macchie nella agiografica rappresentazione di costei che si riferisce anche a tutto l’ambiente politico, sociale, culturale, di questa discussa protagonista del XVI secolo italiano, che balza dalla pacata tela che le dedicò il Tiziano nel 1534-36 e ora conservato nel Kunsthistorisches Museum, a Vienna e dalle pagine di Alessandra Necci, che ha consegnato il risultato delle sue indagini in un poderoso volume che reca come titolo “Isabella e Lucrezia, le due cognate. Donne di potere e di corte nell’Italia del Rinascimento”, Venezia 2020, pp. 671.

Ora, il lavoro di Forcellino pone il lettore di fronte ad una quasi ignota sfaccettatura del carattere di Isabella d’Este che svela la pochezza del suo animo e la meschinità cùpida del carattere e dell’agire di una donna che, osannata anodinamente in tutti gli scritti e i testi a lei dedicati, indicata alla stregua di una sorta di femminista ante litteram, additata come un esempio di intellettuale e mecenate di artisti e letterati suoi contemporanei in quanto aveva corrispondenza con Ludovico Ariosto, Matteo Maria Boiardo, Leonardo da Vinci, Tiziano Vecellio ed altri grandi italiani, in realtà, mostra, durante il Sacco di Roma, l’autentica sua cifra di persona sordidamente avida, tesa esclusivamente ad arraffare con mano predace quante più preziosità le fosse possibile: financo due arazzi di somma fattura che arredavano di sé la Cappella Sistina, ma che le vennero sottratti da altri ladri molto più furbi ed avvertiti di Isabella: “i due arazzi … sono stati identificati come quello con “La conversione di Saulo” e quello della “Predica di Paolo di fronte all’Areopago”.

Ritratto di Isabella d’Este (1474-1539)

Sono certamente i due più belli creati da Raffaello. Il commento di Antonio Forcellino, a proposito di questa sconcertante sottrazione al patrimonio artistico dell’intera Cristianità da parte di una piccola lestofante  che risponde al nome di Isabella d’Este, la quale con il suo miserevole gesto ha infamato, per sempre, quello delle grandi figure femminili dell’Umanesimo e del Rinascimento italiano, è tranchant: “niente a che vedere con un furtivo passaggio di mano in mezzo ad una rapina, quanto piuttosto una consapevole acquisizione del meglio che poteva offrire la refurtiva di Roma, anche quando si trattava degli arredi della più sacra cappella della cristianità” (Forcellino p. 269).

Ma, il parossismo, la bramosia dell’indebita appropriazione, questa ineffabile donna, li raggiunge allorché, con la complicità del figlio, Ferrante Gonzaga (1507-1557), si applica, con sistematica caparbietà e senza intermittenza di sorta, ma con pervicace intento, all’attività estorsiva – è  Francesco Guicciardini che ne accenna, nel sua “Storia d’Italia”- nei confronti di quei nobili esponenti delle storiche famiglie di Roma che si erano rifugiati, in cerca di una qualsivoglia protezione, nel palazzo della Rovere, nella piazza dei Santi Apostoli che, occupato dalla Marchesana, sorge attiguo con quello della famiglia Colonna, vengono forzati a pagare taglie e riscatti e, spesse volte, costretti a togliersi la vita per sottrarsi allo stillicidio, psicologico e fisico, delle jugulatorie estorsioni in denaro che costituisce una pagina sommamente aberrante, di una tragedia epocale di cui Roma ha costituito, suo malgrado, la spettrale quinta teatrica.

Roma, maggio 1527. Il mese della tragedia dell’intero Cattolicesimo, della Città Santa, della Città Eterna, che viene distrutta dalle infernali orde luterane dei lanzichenecchi, sgherri mercenari foraggiati da Carlo V d’Asburgo -che “manda il proprio esercito a punire il Pontefice e lo Stato della Chiesa” (Forcellino, pp. 325-326) -, scagliati contro il papa Clemente VII, Medici, per punirlo dell’adesione alla Lega guidata dal suo eterno avversario, il re di Francia, Francesco I di Valois – Angoulème (1515 – 1547).

Questo imperatore figlio di Giovanna la Pazza, non doveva possedere un equilibrio psicologico accettabile. Aveva certamente ereditato dalla madre qualche scheggia erratica del cervello della genitrice se, da sovrano cattolicesimo, come era stato appellato dal papa stesso, non si era reso conto del sanguinoso disastro in cui aveva voluto far affogare Roma con quella spedizione punitiva, resa ancora più irredimibile dalla vigliaccheria delle signorie italiane che meschinamente, come loro comportamento solito, si erano gettati in balia di quegli orridi soldatacci, assetati di sangue e di ricchezze che identificava, metaforicamente,  la antica Caput Mundi imperiale con la Babilonia caldea covo di tutti i vizi umani e della inestirpabile corruzione.

Antonio Forcellino rende conto, nel suo illuminante saggio, in modo circostanziato, della agghiacciante grettezza etica dei vari protagonisti della “ruina” di Roma e condanna, con risolutezza spietata, quei finti cattolici che si adoperarono per sprofondare nel sangue la Città, tornata, nel 1376, sede del Papato ad opera di Santa Caterina Benincasa, da Siena dopo i penosi anni della “Cattività Avignonese”.

Sfilano, così, nelle pagine del lavoro di Forcellino i nomi più altisonanti delle famiglie italiane ed europee che, nel corso dei secoli hanno determinato lo scenario storico e politico-sociale della Penisola, ma che, in realtà, si sono rivelati dei miserabili tapini, del tutto inadeguati nei ruoli che scippavano a coloro che possedevano più sagacia e titolo per occuparli e indegni di una qualche e purchessia considerazione sia sul piano umano che su quello più strettamente morale. Dei buoni a nulla, capaci soltanto di penose smargiassate che denunciano il vuoto del loro animo che viene ancora oggi coperto da un magnificente modo di vivere nelle corti rinascimentali italiane che copre intrighi, macchinazioni, imbrogli, omicidi, scandali che costituiscono l’autentico back-ground di quella vita esaltata da Baldassar Castiglione nel suo “Cortegiano”. Sono, costoro, i Borbone, i Colonna, gli Este, i Gonzaga, i Lannoy, i Moncada, i Della Rovere, gli Sforza ed alcuni pericolosi comprimari, torvamente influenti, però, nella determinazione della vicenda del Sacco.

E’ la disillusione più cocente che si insinua al termine della lettura del saggio. Ma si fa strada, anche, prepotente, la rabbia più sorda e devastante allorché si constata come, per lunghi decenni nessuno storico paludato, abbia mai, nelle proprie narrazioni, fornito un resoconto criticamente equanime di un atroce evento che ha costituito uno spartiacque dirimente nella storia d’Italia e dell’Europa cristiana moderna.

“Nel caso specifico – è Antonio Forcellino che parla, n.d.s.- credo di poter affermare (e di averlo sufficientemente dimostrato) che il Sacco di Roma fu la conseguenza di un inestricabile intreccio di odio bruciante, di rancori e di vendette – da esso direttamente generati  n.d.s.- che avvilupparono e arsero in un unico falò un gruppo di uomini potenti e in stretta relazione tra loro” (Forcellino, p. 328).

L’odio. E’ questo il sentimento che costituisce la chiave interpretativa di quella sanguinosa e sanguinaria vicenda che fece di Roma una città martire, i cui abitanti furono le vittime designate di un gruppo di cialtroni  che si permise di calpestare ed affogare nel sangue lutulento la vita di innumerevoli innocenti, semplicemente colpevoli di abitare in quella straordinaria città che è stata maestra al mondo: in ogni epoca della sua esistenza. Sempre! Anche nei momenti più bui e controversi della storia d’Italia e dell’intero orbe terracqueo. Anche, al tempo di Genserico e dell’orgia dei suoi Vandali nel 455; l’altra piaga che si abbattè sulla città, piegandola ad un inenarrabile evento!

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