Disegni di Ceglie Messapica che risalirebbero al 1566 e al 1638 offrirebbero una veduta del borgo medieavale. Il disegno più antico viene attribuito alle raccolte della Biblioteca Nazionale Austriaca di Vienna, l’altro alla Biblioteca Casanatense di Roma. Ma nessuna delle due istituzioni ha traccia archivistica delle rappresentazioni grafiche della cittadina. Riportiamo le ulteriori ricerche compiute da monsignor Gianfranco Gallone, cegliese, Nunzio Apostolico in Uruguay
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di Monsignor Gianfranco Gallone
Ho letto con viva curiosità un breve studio su questa testata, del giovane ricercatore Jacopo Urso: “La città delle Torri e delle Porte, il Medioevo adesso “parla”” (agosto 2024). Dove sviluppa un’interessante ricostruzione della Ceglie medievale partendo da due vedute della nostra città: una del 1566 e l’altra del 1638.

Tra l’altro le due vedute, pubblicate per la prima volta da Michele Ciracì – Gaetano Scatigna Minghetti, L’immagine ritrovata. Vedute di Ceglie Messapica dal XVI al XIX secolo, MI.RA & GA.MI., Manduria 2001, furono da me inserite nel lavoro: Uno Sguardo su Ceglie nella prima metà del ‘700. La Relazione dell’Arciprete Donato M. Lombardi, Bratislava 2008.
La curiosità che non avevo soddisfatto all’epoca del mio studio ho voluto soddisfarla ora.
La ricerca storica, infatti, non può prescindere dalla verifica delle fonti: è un principio elementare che lo storico, quando afferma la fondatezza di un dato, lo faccia solo dopo averne verificato la fonte e l’archivio in cui è custodita. Ciò vale in modo particolare per le testimonianze iconografiche relative a centri urbani per i quali la documentazione figurativa dei secoli passati è estremamente rara, se non del tutto assente.
È il caso della nostra Ceglie Messapica, la cui storia urbana tra Cinquecento e Seicento presenta ancora numerosi interrogativi, soprattutto per quanto riguarda l’aspetto dell’abitato e la disposizione delle mura, delle porte e degli edifici religiosi: questioni che di recente lo studio di F. Moro e J. Urso, De situ Caeliae (2026), ha cercato di chiarire.
Ho voluto quindi tornare su due immagini che, se fossero identificate e datate con certezza, costituirebbero testimonianze di straordinario interesse: le due presunte vedute di Ceglie, rispettivamente del 1566 e del 1638, la cui provenienza archivistica non è stato finora possibile accertare.

Perché? La presunta veduta del 1566, presentata come una rappresentazione cinquecentesca dell’abitato, viene attribuita alle raccolte della Biblioteca Nazionale Austriaca di Vienna (Österreichische Nationalbibliothek). Proprio per questo ho ritenuto indispensabile verificarne l’effettiva presenza presso l’istituzione viennese. La ricerca, condotta attraverso contatti diretti con la Biblioteca, non ha però consentito di individuare alcuna immagine catalogata corrispondente alla veduta, né di ottenere una segnatura, un numero d’inventario o qualsiasi altro riferimento archivistico che permettesse di identificare il documento. Questa la risposta: «Gentile Signor Gallone, La ringrazio per il Suo riscontro. Ho già ricevuto una risposta dalla Collezione cartografica. Purtroppo, neppure lì risulta alcuna registrazione di catalogo relativa alla raffigurazione descritta….Qualora riuscisse a reperire ulteriori informazioni al riguardo, La prego di farmelo sapere. Cordiali saluti, Ulrike Polnitzky» (2026)!
Questo risultato impone una precisazione fondamentale. Non aver rintracciato un documento non significa necessariamente dimostrarne l’inesistenza. Potrebbe trattarsi di un particolare ricavato da una rappresentazione cartografica più ampia, di un’immagine conservata sotto una diversa denominazione oppure di un’attribuzione di provenienza inesatta. Rimane tuttavia un fatto: allo stato attuale delle verifiche, l’attribuzione dell’immagine alla Biblioteca Nazionale Austriaca non trova un riscontro documentario accertato. Di conseguenza, anche la datazione al 1566 deve essere considerata con prudenza, almeno fino all’identificazione dell’originale.

Un secondo problema riguarda la presunta veduta di Ceglie del 1638, attribuita alla Biblioteca Casanatense di Roma. Anche questa immagine è stata sottoposta a verifica, resa particolarmente interessante dalla presenza, in un angolo della riproduzione, di un timbro che sembrava poter fornire un indizio sulla sua provenienza. Ho quindi interpellato direttamente la Biblioteca Casanatense, sottoponendo all’attenzione dell’istituzione il particolare del timbro. Dopo le verifiche effettuate, la risposta della dottoressa Maria Francesca Migliori è stata netta: «Il timbro di cui parla non corrisponde a quello della Biblioteca Casanatense» (2026).
Si tratta di un chiarimento importante, perché esclude che quel segno possa essere usato come prova della provenienza casanatense dell’immagine. La risposta, naturalmente, non basta da sola a dimostrare che la veduta sia priva di autenticità storica: significa, più precisamente, che l’elemento materiale esaminato non permette di confermarne l’attribuzione alla Casanatense.
Ho inoltre interpellato la Biblioteca Angelica di Roma, che conserva una collezione di disegni di città dell’Italia meridionale, per escludere un possibile scambio tra le due biblioteche romane. Anche in questo caso la risposta è stata inequivocabile: «Purtroppo la veduta non appartiene alla nostra collezione di disegni di città dell’Italia meridionale, né ad altre nostre raccolte» (2026).
Rimane pertanto aperta la questione dell’effettiva collocazione dell’originale e della sua datazione.


Le due immagini richiamano anche una questione di metodo che interessa la pubblicazione “L’immagine ritrovata…”. Il problema non riguarda il valore dell’iniziativa editoriale in sé, ma la possibilità di risalire, attraverso le indicazioni disponibili, ai documenti originali riprodotti. Perché un’immagine possa essere utilizzata come testimonianza storica, non basta che venga presentata con una data e con il nome di una biblioteca. Occorrono elementi precisi: l’istituto conservatore, il fondo archivistico o bibliografico, la segnatura, l’eventuale numero d’inventario e, possibilmente, le caratteristiche materiali del documento.
Nel caso delle immagini in questione, le indicazioni finora disponibili non hanno consentito di rintracciare gli originali presso le istituzioni alle quali sono stati riferiti.
Ciò non autorizza a parlare di falsificazione o di mistificazione intenzionale: allo stato attuale sarebbe una conclusione priva di adeguati elementi probatori. Autorizza però a porre pubblicamente una domanda legittima: dove sono conservati gli originali di queste due rappresentazioni di Ceglie? È una domanda alla quale sarebbe auspicabile poter rispondere con documenti verificabili.
La questione assume particolare rilievo se si considera quanto sarebbe preziosa una rappresentazione autentica di Ceglie nel XVI o nel XVII secolo, periodo al quale giovani ricercatori hanno dedicato di recente un ampio studio. I protocolli notarili, i catasti, le visite pastorali e gli atti delle istituzioni locali permettono di ricostruire numerosi aspetti della vita cittadina, della proprietà immobiliare e dell’organizzazione del territorio; una veduta coeva consentirebbe di affiancare a queste testimonianze scritte un’immagine dell’abitato. Ma proprio l’importanza di un simile documento impone la massima cautela. Una rappresentazione priva di provenienza accertata non può essere assunta come prova sicura della configurazione urbana di Ceglie in un determinato anno: il rischio sarebbe quello di costruire interpretazioni storiche su una testimonianza di origine incerta.
Questa ricerca non intende mettere in discussione persone o iniziative culturali, ma contribuire alla corretta identificazione delle fonti per la storia di Ceglie. Per questo sarebbe particolarmente utile che quanti dispongono di informazioni sulla provenienza delle due immagini, o conoscono riferimenti archivistici non ancora emersi, li mettessero a disposizione della comunità degli studiosi. Una segnatura verificabile, un inventario, una fotografia dell’originale o una precedente pubblicazione adeguatamente documentata potrebbero risolvere una questione finora rimasta aperta, con un risultato importante non soltanto per la ricerca, ma per l’intera comunità cegliese.
È bene ricordarlo: la storia non ha bisogno di immagini suggestive prive di riscontri, ma di documenti autentici, identificabili e verificabili. Ed è nel rispetto di questo principio che proseguirà la ricerca sulle testimonianze iconografiche della Ceglie antica.
Monsignor Gianfranco Gallone, Nunzio Apostolico in Uruguay

