Come da molti anni a questa parte, Ceglie Messapica è affollata di turisti italiani e stranieri. Purtroppo continua a mancare il dettaglio, la differenza di qualità capace di farne davvero un paese attrattivo: sporcizia, erba incolta, segnali stradali cancellati o assenti. E persino il totem per le informazioni è pure lui in vacanza da tempo
©
di Damiano Leo
Ceglie Messapica è sempre più meta turistica, soprattutto nel periodo estivo, come questo che stiamo vivendo ora. Le luminose e contorte stradine del centro storico, ma anche quello dell’agglomerato ottocentesco, pullulano di turisti provenienti da tutta la nostra penisola, ma anche dall’estero. Ceglie, ormai, è entrata, e a buon diritto, nel grande circuito artistico, festivaliero e gastronomico.
Peccato, però, che “per un punto, perdiamo la cappa”. A noi – come si dice da queste parti – “manca sempre un punto per fare trenta”. La calata degli avventori, nelle nostre tante tipiche trattorie, nei nostri luoghi di ristorazione, nei mille bar, in tutte le stradine e piazzette divenute tavole apparecchiate a cielo aperto, accentuano, sempre più, le piccole ma significative e noiosissime défaillance, i piccoli inconvenienti, le piccole mancanze, che fanno la differenza.
Ci riferiamo, per fare qualche esempio, all’erba non sfalciata per tempo o, peggio, non tagliata mai; alla segnaletica stradale, orizzontale e verticale, sbagliata, inopportuna, ridondante o resa ormai illeggibile dal tempo o dall’incuria umana; un monumento ai caduti trasformato in luogo di selvaggio picnic; patrie bandiere senza più colori, sventolanti lacere e consunte; manti stradali disseminati di buche e mai rattoppati; pannelli illustrativi completamenti illeggibili o inesistenti, per i nostri tanti beni culturali ed architettonici.
Il doppio volto della città: bellezza e incapacità di riconoscerla

Uno di questi pannelli, montati su una arrugginita struttura metallica, ci ha fatto traboccare il calice qualche giorno fa, quando un drappello di tedeschi, qualche sera fa, vi stazionava incredula davanti. Ci trovavamo, noi e gli avventori in cerca d’arte e di divino, davanti alla maestosità del tempio di San Rocco. Fresco di restauro, il luogo sacro. Anche se ancora bisognevole di interventi recuperativi. Fuori e, soprattutto, dentro, dove la muffa la fa da padrone e i colori non sono più quelli di una volta. Il pannello che un tempo “parlava” della chiesa, con le sue notizie storiche, era ed è privo di qualsiasi scritta o legenda: sul supporto metallico, rugginoso e deformato, rimane sola la traccia di un pannello che un tempo ospitava notizie utile a comprendere l’importanza e la storia dell’edificio sacro.
Ai tedeschi, che non conoscevano la nostra lingua, non è rimasto che ammirare la bellezza del prospetto di San Rocco, senza sapere null’altro. Abbiamo notato, comunque, che hanno volto proseguire il loro giro turistico, trasferendosi nei pressi del teatro. Anche lì non hanno saputo niente, neanche a chi fosse intitolata quella struttura, o come viene utilizzata o da quanti anni è lì e se è stata sempre così come la vedevano, quella sera, i nostri cari turisti, quelli che tanto abbiamo agognato e che tanto, purtroppo, stiamo facendo per mandarli via.
Eppure basterebbe poco per far sì che ciò non avvenga; per far sì che “per un punto non perdiamo la cappa”: una targa, una carriola di bitume e un’idropulitrice.

