24 Ottobre 2026

Un patto per tutelare chiese e arte

Il centro storico di Ceglie Messapica, con la Collegiata, il Castello ducale e il convento di San Domenico
Il centro storico di Ceglie Messapica, con la Collegiata, il Castello ducale e il convento di San Domenico

Le sollecitazioni di un dibattito per il recupero dei luoghi sacri, dei beni storici e archeologici sono interpretate come ricerca di “un colpevole”. Non è così: le responsabilità sono molto più ampie. Eppure anche a Ceglie Messapica ci sono esempi di persone che nel silenzio lavorano per la comunità, come il parroco della Chiesa Matrice che non esita a spalare il fango a San Domenico. Ma da soli possono fare ben poco: occorre un raccordo tra istituzioni, diocesi e privati per salvare la nostra memoria. E la nostra coscienza

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Negli ottomila paesi italiani si conservano testimonianze spesso dimenticate o ibernate in attesa che qualche studioso, una qualche iniziativa strutturata restituisca quei tesori alle generazioni di oggi.  E quasi sempre questo inestimabile patrimonio culturale è preservato nei monasteri, nelle chiese, nelle aree archeologiche, persino in quelle che non sanno ancora di esserle.

Fra quegli ottomila comuni c’è anche Ceglie Messapica, uno scrigno di arte e architetture che preme per ottenere un riconoscimento attraverso il recupero, e quindi il rispetto, di quelle “stazioni di posta” che segnano il nostro percorso bimillenario. I resti messapici, la civiltà medievale con il castello poi trasformato in “ducale” dagli ordinamenti formati dopo il  XVI secolo, il ruolo della Chiesa e degli ordini monastici ispiratori del sapere, amanuensi creativi del risveglio culturale che s’andava diffondendo in Europa e da qui nel lembo estremo della Puglia.

Dopo il “sacco” subìto da Ceglie nel secolo scorso (ripetitivo elencare i monumenti e gli immobili abbattuti), da qualche tempo si assiste alla ricerca dell’argenteria smarrita. Si moltiplicano le richieste di ripristino delle pagine di storia perdute, un reclamo talvolta tanto imperioso da apparire confuso, ma che nella radice d’essenza si ispira al recupero della memoria e alla sua conservazione in uno scenario contestualizzato. Operazioni che in altre realtà, anche a noi vicine, iniziano a ricevere considerazione dopo anni di diffidenza e solitudine.

La Chiesa di san Domenico a Ceglie Messapica, un tesoro barocco ormai in degrado
La chiesa di san Domenico a Ceglie Messapica com’era, un tesoro barocco che richiede rapidi interventi

Ceglie, nell’ingannevole main stream di “Città d’arte e gastronomia”, ha in realtà sfruttato quanto s’è ritrovato tra le mani (l’arte) senza neppure accorgersi che oggi la sbronza turistica sta rovinosamente logorando l’altra specificità, e ciò nonostante l’accortezza di bravi chef-imprenditori.

Si protesta, si avverte, si richiama, si segnala. E come si reagisce ad una esortazione che dovrebbe incalzare una collettiva assunzione di buonsenso? Per purgare la coscienza è più sbrigativo cercare “un” responsabile non “il”, anche perché l’articolo semmai andrebbe declinato al plurale: “i responsabili”. Che non vuol dire “tutti colpevoli, nessun colpevole”. Nell’America di Kennedy il presidente chiese ai suoi connazionali “Non chiederti cosa il tuo paese può fare per te, chiediti cosa puoi fare tu per il tuo paese”.

E allora cosa possiamo fare noi a Ceglie per rivedere lo splendore dei nostri tesori: il complesso dei Domenicani con la chiesa di San Domenico, il Castello finalmente liberato da tendaggi e impalcature, il centro storico ripulito e vivibile tutto l’anno, le testimonianze messapiche e quelle medioevali, l’altra chiesa dimenticata e proprietà di un privato, la “Madonna della Grotta”. Certo, non sono le urgenze del paese ma sono il pianto di un’identità da proteggere.

E per la verità anche qui ci sono persone che da tempo hanno fatto proprie le esortazioni di Kennedy, figure che senza dar nell’occhio e senza alcuna enfasi socializzante si armano di secchi e ramazza per ripulire ogni settimana, ad esempio, il guano che si forma dinanzi la chiesa di San Gioacchino. Un lavoro, altro esempio, socialmente molto utile svolto anche dal parroco don Domenico Carenza della Chiesa Matrice, proprietaria della vicina chiesa di San Domenico, che in silenzio e da molti anni dedica ciò che gli resta del tempo libero per riparare venerate reliquie di culto e d’arte o per ripulire – anche dal fango formato dall’acqua piovana – quel prezioso tempio barocco che ha in custodia.

Da San Domenico a don Domenico sembra un tutt’uno, con il sacerdote impegnato anche lui nella carestia di risorse a difendere un bene sotto assedio, luoghi trascurati più  dal potere temporale delle istituzioni che dalla Chiesa, un monumento sacro rivendicato dai cittadini per il mancato godimento, eppure abbandonato all’oblio in attesa di un evento che non arriva. Alcuni segnalano, indizio di una insofferenza all’insopportabile immobilismo, gridano e si ribellano allo scempio sottovalutato; altri approfittano della “prima linea” affrettandosi a indicare un responsabile, che – per chiarezza – non può certo essere trovato nella sacrestia di una chiesa, ancor più se a servire quell’altare è un parroco appassionato, umile e motivato, un prete-operaio che ha forse l’unico peccato di lavorare in silenzio e in fede per una comunità vissuta in fratellanza. Parole probabilmente indigeribili in una società che appare ruvida ed essenziale nel minimalismo.

Eppure una soluzione per salvare il complesso di San Domenico va cercata, un confronto va intrapreso, magari un patto o un’intesa tra Curia, parte pubblica e soggetti privati in grado di stabilire competenze e disponibilità, un miracolo laico che potrebbe manifestarsi con la partecipazione, con la ricerca di progetti condivisi, con la sollecitazione verso organismi dormienti che tali sono perché nessuno li disturba o forse perché nessuno ha mai bussato alla loro porta.

Non basta il programmino di intenti elettorali, qui è necessaria una presa di coscienza determinata e sapiente capace di andare oltre le correnti e i recinti di gruppo, un esempio collaborativo in grado di rappresentare un percorso per altre importanti “pratiche” aperte e lasciate alla polvere dell’abulia dominante. Un cammino in cui può crescere la consapevolezza del contributo, pur piccolo, che può dare ciascuno di noi. Diversamente, fra venti o trent’anni rimpiangeremo i tesori perduti come stiamo facendo con il convento dei Cappuccini abbattuto per un ospedale che non c’è più. E chi saranno allora (sempre al plurale) “i” colpevoli?

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