22 Ottobre 2026

Federico II nei boschi del Gualdo

Il castello federiciano di Oria e Federico II di Svevia ritratto con il falco
Il castello federiciano di Oria e Federico II di Svevia ritratto con il falco

Nel Medioevo Ceglie Messapca garantiva la più imponente produzione di legname per il regno dello Stupor Mundi. Lo rivela un documento del 1240, il “registro delle tasse” redatto per la riparazione del castello di Oria. E’ solo un’ipotesi, forse suggestiva: e se l’Imperatore, come sua abitudine, avesse seguito i lavori di manutenzione?

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di Corradino De Pascalis

Sapevate che sotto il regno dello Stupor Mundi la comunità di Ceglie deteneva un record assoluto in tutta la zona? Un documento burocratico del carico di legname più imponente dell’intero comprensorio 1240 rivela che Ceglie e Gualdo dovevano fornire il materiale per riparare il castello di Oria, superando persino ricchi feudi e vescovadi!

Questo affascinante frammento di storia è emerso grazie alle ricerche condivise sul noto blog storico “Uno sguardo su Ceglie” (clicca qui per vedere il sito), curato dall’arcivescovo e studioso locale Monsignor Gianfranco Gallone. Ma c’è di più: l’enorme peso strategico di questo territorio apre la porta a una suggestiva ipotesi storica. E se l’imperatore in persona avesse attraversato i nostri boschi?

Scoprite nell’articolo come la foresta cegliese alimentava i sogni di pietra del sovrano svevo e le tracce del suo possibile passaggio!
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Un antico “registro delle tasse” dell’Imperatore Federico II di Svevia svela il ruolo strategico e la potenza logistica di Ceglie nel cuore del Medioevo pugliese. Tra il 1240 e il 1243, la burocrazia imperiale redasse lo Statutum de reparatione castrorum, un documento amministrativo che obbligava le comunità del Regno di Sicilia a fornire materiali per la manutenzione delle fortezze regie, in questo caso il castello di Oria.

Nelle carte imperiali emerge un dato straordinario: la comunità di Ceglie, insieme al territorio di Gualdo, sosteneva il carico di legname più imponente dell’intero comprensorio, superando di gran lunga importanti feudi, vescovadi e grandi abbazie dell’epoca.

Per comprendere l’importanza di questo antico registro, bisogna calarsi nell’ambizioso progetto politico di Federico II di Svevia, noto come lo Stupor Mundi o Puer Apuliae (“Fanciullo di Puglia”). L’imperatore considerava la Puglia il vero cuore pulsante ed economico del suo regno, un punto strategico affacciato sul Mediterraneo. Per difendere e controllare capillarmente questo territorio, avviò intorno al 1230 un massiccio piano di fortificazione, edificando o ristrutturando decine di fortezze – dai palazzi di caccia come il celebre Castel del Monte fino agli avamposti militari strategicamente dislocati.

Una planimetria della masseria San Pietro dove si riporta la dicitura “bosco“. E’ una mappa tratta dalla Platea dei beni dei Domenicani

Poiché la Curia imperiale non poteva accollarsi interamente le enormi spese di manutenzione di questa colossale rete difensiva, il sovrano istituì i quaterni de reparacione castrorum (i quaderni delle riparazioni). Come ricordato dagli studi dei docenti Sthamer e Fasoli rilanciati dallo studioso di storia ecclesiastica Monsignor Gianfranco Gallone nel suo spazio di divulgazione storica ‘Uno sguardo su Ceglie”, questi quaderni rappresentavano un accertamento giuridico per scaricare l’onere materiale dei lavori direttamente sulle comunità e sui baroni locali, in base alle loro risorse strategiche.

Federico II di Svevia

L’eccezionale importanza logistica di Ceglie nello Statutum apre lo spazio a una suggestiva e fondata ipotesi storica: l’imperatore svevo potrebbe aver calpestato di persona le terre cegliesi.

Federico II era un sovrano costantemente in movimento. Non amava risiedere a lungo in una capitale fissa e preferiva spostarsi continuamente attraverso la Puglia per amministrare la giustizia, cacciare con i suoi amati falchi e supervisionare i cantieri delle sus fortezze. Data la vicinanza strategica con il castello di Oria e la fortissima dipendenza del cantiere regio dalle risorse boschive di Ceglie, è del tutto verosimile che l’imperatore, durante uno dei suoi frequenti spostamenti tra i vici e i castelli della Terra d’Otranto, abbia attraversato le fitte foreste del territorio cegliese per ispezionare di persona le sue riserve strategiche di legname. Immaginare il corteo imperiale, con cavalieri, falconieri e dignitari della Curia, muoversi tra i sentieri e i casali di Ceglie aggiunge un fascino unico alla narrazione di questo distretto svevo.

Nel Medioevo, la grandezza di un territorio non si misurava solo in soldati, ma soprattutto in materie prime. Il testo originale in latino svela l’enorme potenziale industriale della Ceglie duecentesca: «Celie et Gualdo de calce modios centum quinquaginta et trabes centum». Tradotto in cifre, la comunità doveva consegnare al cantiere imperiale 150 moggi di calce e ben 100 travi maestre.

Il confronto con gli altri centri della zona fotografa una Ceglie tutt’altro che marginale, vero e proprio fulcro logistico per la macchina difensiva sveva:

Soggetto ObbligatoMoggi di CalceTravi Maestre
Ceglie e Gualdo150100 (Record assoluto)
Arciprete di Oria20060
Oliverio de Brunamala15050
Vescovo di Ostuni5010
Vescovo di Lecce205

Questo onere colossale ci racconta di un territorio ricco, organizzato e caratterizzato da un’immensa riserva boschiva, capace di fornire legname strutturale di altissima qualità per sorreggere i pesanti tetti e i camminamenti delle architetture federiciane.

Per capire la reale entità del tributo imposto a Ceglie, è fondamentale decifrare le misure dell’epoca. Il termine moggio (dal latino modius) era un’unità di misura diffusa in tutto il bacino del Mediterraneo, ma tutt’altro che uniforme. Nel Medioevo non esisteva il sistema metrico decimale: ogni diocesi, regno o persino comune possedeva i propri campioni di misura.

Nello specifico dello Statutum federiciano:
• Misura di capacità per aridi: Il moggio nasceva originariamente come un grande contenitore utilizzato per misurare il volume dei beni secchi e sfusi, come il grano, il sale e – appunto – la calce da costruzione.
• Il peso della richiesta: nel Sud Italia e sotto la burocrazia del Regno di Sicilia il moggio rappresentava un volume imponente. Chiedere a Ceglie e Gualdo 150 moggi di calce significava mobilitare tonnellate di materiale legante, che doveva essere estratto, cotto nelle fornaci locali e trasportato fino a Oria.

(Curiosità: col tempo, il moggio si è trasformato da misura di volume a misura di superficie agraria, indicando l’estensione di terreno che era possibile seminare utilizzando esattamente un moggio di grano, un uso rimasto comune nelle campagne meridionali fino al secolo scorso).

Il documento medievale apre anche un affascinante squarcio sulla geografia dell’epoca. L’associazione dei due nomi attesta che Ceglie e Gualdo formavano un’unica grande area d’azione già nella prima metà del Duecento.

Ceglie Messapica vista da Masseria San Pietro

Il termine «Gualda» (o Gualdo), derivato dall’antico germanico Wald (bosco), suggerisce uno scenario suggestivo approfondito da Monsignor Gallone: nel XIII secolo, il cuore pulsante della foresta cegliese ospitava un fitto sistema di villaggi o casali sorti nel bosco. La Curia sveva considerava questo distretto boschivo come un’unica grande entità produttiva, vitale per la sopravvivenza e la fortificazione dei presidi imperiali vicini.

Lungi dall’essere un semplice borgo isolato, la Ceglie medievale emerge da queste preziose testimonianze storiche come un pilastro economico e strategico nel Mezzogiorno, un territorio chiave su cui l’imperatore sapeva di poter contare per edificare, consolidare e difendere il suo splendido regno pugliese.

Cav. Corradino De Pascalis

Direttore emerito Archivio di Stato di Brindisi

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