L’ex parroco di San Rocco è stato anche poeta, così dopo molti anni riemergono le sue rime di amore e amarezza verso le condizioni dell’antico “borgo” messapico. E per saperle leggere può bastare osservare i grappoli rinsecchiti appesi ancora su una vigna comunale
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di Domenico Strada
E’ prodigioso come un sacerdote, peraltro “straniero”, abbia potuto cogliere l’essenza dello spirito attuale di noi cegliesi e l’abbia saputa rappresentare con pochi versi armoniosi seppur profondamente amari nel loro significato.

Mi riferisco a Don Michele Pastore, indimenticato parroco della mia gioventù, e alla sua poesia, dedicata all’amata Ceglie, dal titolo che appare ora come un auspicio “Un’alba che verra’”, da riscoprire in questo momento nella speranza che possa scuotere gli animi di tutti noi e soprattutto degli amministratori pubblici attuali ed ex, al di là delle riproposte buone ed ammiccanti intenzioni, ormai non più credibili. Il senso di questa poesia ben si concilia con l’immagine odierna che, in una giornata che finalmente preannuncia una nuova primavera, riprende la vigna comunale con i tralci morti con ancora attaccati i grappoli d’uva ormai rinsecchiti della passata stagione che fanno da cornice al tratto delle mura poligonali pre-messapiche che attendono, nell’erba rigogliosa che le avvolge, di poter far rivivere le loro “rughe di gloria” nell’alba che verrà.
La poesia integrale che don Michele Pastore ha dedicato alla città dove è stato parroco per 33 anni. E’ stata pubblicata nel 1999 con la firma “Michael”, pseudonimo qualche volta usato dall’autore.
Un’alba che verrà (Dedicata a Ceglie)
Ceglie mia,
splendido fiore
faticosamente cresciuto
sui colli verdi
dell’antica Messapia
e sotto il cielo
di un amaro destino,
ti rivedo sempre lì,
deserto senza vita,
cronicario di menti avvilite,
cimitero di cuori appassiti.
Ti rivedo
in un tempo lontano piccolo borgo
terra di Santi e uomini meravigliosi.
Ripenso l’antica saggezza
dei figli tuoi
volati
oltre gli orizzonti del tempo
per cercare
grandezza e fortuna.
Rileggo
gli occhi sognanti
dei tuoi bambini
già vecchi prima ancora
di sognare grandezza.
Ed oggi, Ceglie mia,
città amorfa e frettolosa,
consumata da colpevoli inerzie,
paralitica ai margini
di un tempo che corre,
resti lì,
senza rughe di gloria
e senza un’alba
che nel tuo deserto
faccia risorgere
la tua grandezza.

