11 Marzo 2026

L’alba di Ceglie attesa da don Michele

La "vigna comunale" abbandonata sulla collina di Ceglie e i primi versi della poesia di don Michele Pastore
La "vigna comunale" abbandonata sulla collina di Ceglie e i primi versi della poesia di don Michele Pastore

L’ex parroco di San Rocco è stato anche poeta, così dopo molti anni riemergono le sue rime di amore e amarezza verso le condizioni dell’antico “borgo” messapico. E per saperle leggere può bastare osservare i grappoli rinsecchiti appesi ancora su una vigna comunale

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di Domenico Strada

E’ prodigioso come un sacerdote, peraltro “straniero”, abbia potuto cogliere l’essenza dello spirito attuale di noi cegliesi e l’abbia saputa rappresentare con pochi versi armoniosi seppur profondamente amari nel loro significato.

Don Michele Pastore

Mi riferisco a Don Michele Pastore, indimenticato parroco della mia gioventù, e alla sua poesia, dedicata all’amata Ceglie, dal titolo che appare ora come un auspicio “Un’alba che verra’”, da riscoprire in questo momento  nella speranza che possa scuotere gli animi di tutti noi e soprattutto degli amministratori pubblici attuali ed ex, al di là delle riproposte buone ed ammiccanti intenzioni, ormai non più credibili. Il senso di questa poesia ben si concilia con l’immagine odierna che, in una giornata che finalmente preannuncia una nuova primavera, riprende la vigna comunale con i tralci morti con ancora attaccati i grappoli d’uva ormai rinsecchiti della passata stagione che fanno da cornice al tratto delle mura poligonali pre-messapiche che attendono, nell’erba rigogliosa che le avvolge, di poter  far rivivere le loro “rughe di gloria” nell’alba che verrà.

La poesia integrale che don Michele Pastore ha dedicato alla città dove è stato parroco per 33 anni. E’ stata pubblicata nel 1999 con la firma “Michael”, pseudonimo qualche volta usato dall’autore.

Ceglie mia,

splendido fiore

faticosamente cresciuto

sui colli verdi

dell’antica Messapia

e sotto il cielo

di un amaro destino,

ti rivedo sempre lì,

deserto senza vita,

cronicario di menti avvilite,

cimitero di cuori appassiti.

Ti rivedo

in un tempo lontano piccolo borgo

terra di Santi e uomini meravigliosi.

Ripenso l’antica saggezza

dei figli tuoi

volati

oltre gli orizzonti del tempo

per cercare

grandezza e fortuna.

Rileggo

gli occhi sognanti

dei tuoi bambini

già vecchi prima ancora

di sognare grandezza.

Ed oggi, Ceglie mia,

città amorfa e frettolosa,

consumata da colpevoli inerzie,

paralitica ai margini

di un tempo che corre,

resti lì,

senza rughe di gloria

e senza un’alba

che nel tuo deserto

faccia risorgere

la tua grandezza.

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