29 Ottobre 2026

Alla ricerca della cappella scomparsa

La storia e la devozione scritta nelle cappelle rurali di Ceglie Messapica
La storia e la devozione scritta nelle cappelle rurali di Ceglie Messapica

Santa Livina, Olivina o Lavinia? I dubbi e gli studi sulla denominazione di una “edicola” religiosa ripropone l’attenzione sulle “chiesette” rurali di Ceglie Messapica. Un documento del 1603 all’esame di monsignor Gianfranco Gallone, Nunzio apostolico in Uruguay, contribuisce a fare ulteriore chiarezza. E non solo tra gli appassionati della nostra storia

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di Monsignor Gianfranco Gallone

​Da più parti, in questi ultimi tempi, mi è stata rivolta una domanda sull’ubicazione, nel territorio di Ceglie, di una cappella che compare in un’antica documentazione ecclesiastica del XVI secolo con una denominazione che può apparire singolare: “Santa Livina”. È questa, infatti, la forma nella quale il nome compare nella visita pastorale compiuta dal vescovo Bovio nel 1565, tra i beni dell’antichissima abbazia di Sant’Anna.

Il documento della visita del vescovo Bovio nel 1565 in cui compare il nome di “Santa Livina”

Dove si trovava? E che cosa dobbiamo immaginare quando un documento del Cinquecento parla di una “cappella” nel territorio rurale di Ceglie? Alla luce di un nuovo documento del 1603, credo sia oggi possibile fare qualche passo in avanti.

Una domanda che mi era già stata posta. La questione mi era stata sottoposta già un paio d’anni fa da uno degli autori di un recente studio dedicato a Ceglie. Avevo allora ritenuto possibile che il toponimo Santa Livina corrispondesse a una Santa Lavinia, e avevo collocato la cappella nei pressi dell’attuale incrocio che si incontra giungendo dall’estramurale, dopo il semaforo, lungo via Don Rocco Gallone, in prossimità della strada che conduce verso Martina. Era, naturalmente, una proposta e non una certezza.

Della cappella avevo del resto già parlato pubblicamente nel 2010, quando il professor Gaetano Scatigna Minghetti mi chiese di presentare il suo studio: Le pietre della fede. L’Abbazia di Sant’Anna nella storia medievale di Ceglie Messapica (Kailinon), in una partecipata serata d’estate davanti al Caffè Roma. Seguendo l’elenco dei beni dell’abbazia nella visita del Bovio, ricordai allora quella singolare denominazione, parlando di una chiesetta ormai scomparsa.

Non dobbiamo immaginare una grande chiesa. Quando oggi diciamo “chiesa”, pensiamo all’Annunziata, a San Demetrio, a San Rocco, a Sant’Anna. Ma una cappella rurale del XVI secolo era tutt’altra cosa: una costruzione semplice, collocata lungo una strada o in una zona frequentata, con una funzione religiosa ma legata anche alla vita quotidiana di chi percorreva le campagne.

La cappella in contrada Mariniello. In alto, a sinistra: la cappella sulla via di Specchia Tarantina; a destra: cappella su un viottolo di Fedele Grande (foto dell’archivio personale di Gianfranco Gallone)

Cappelle senza porte. Nelle visite pastorali delle chiese extra moenia del territorio cegliese ricorre talvolta l’annotazione che la cappella si trova “sine ianua”, cioè senza porta. Non era necessariamente una dimenticanza: chi viaggiava a piedi, sorpreso da un temporale o dalla notte, poteva entrarvi e trovare riparo. La cappella diventava così anche un luogo di rifugio.

È un’immagine che conosco bene. Da ragazzo, percorrendo a piedi le strade tra la nostra campagna e Ceglie per andare a scuola, quante volte la cappella dell’Immacolata lungo la via di Ostuni è stata per me e per altri un riparo dalla pioggia!

E l’altare, perché? Se la cappella era un riparo, perché vi era un altare? Lungo le antiche vie non si muovevano soltanto contadini e viandanti, ma anche sacerdoti e religiosi, per predicare, per assolvere incarichi pastorali o per raggiungere altri centri. Il sacerdote che doveva celebrare fuori da una chiesa poteva portare con sé la pietra d’altare, o ara portatile: una piccola lastra consacrata contenente le reliquie di santi martiri, che veniva collocata nell’apposito incavo dell’altare e consentiva la celebrazione della Santa Messa. L’altare, dunque, non era un elemento decorativo: faceva di quella piccola cappella, quando ne ricorrevano le condizioni, un luogo di celebrazione dei Divini Misteri.

Platea del Seminario di Oria del 1727, dove compare la chiesetta di San Nicola

Le visite pastorali e le chiese perdute. Le visite pastorali del Cinquecento, da Bovio a Figueroa fino a Fornari, descrivono spesso edifici semplici, talvolta bisognosi di interventi o privi di porta; in una fase della sua storia vi rientrava anche la chiesa di San Rocco. I vescovi prescrivevano che le cappelle fossero dotate di porta e mantenute in condizioni adeguate. Alcune furono ricostruite più volte; altre scomparvero, come San Nicola o San Giovanni Battista, lungo uno degli antichi percorsi verso Cisternino e Ostuni. Di questa chiesa ricordo personalmente i resti e un affresco che raffigurava una Ceglie antica: una testimonianza che avrebbe potuto avere un valore straordinario per la conoscenza della nostra città nel Quattrocento, e che è stata vandalizzata e distrutta. Anche per questo le piccole cappelle rurali, per quanto umili, meritano attenzione.

Il documento del 1603. Torniamo a Santa Livina. Accanto alla visita del 1565 abbiamo un documento del 1603 che, riferendosi ancora ai beni dell’abbazia di Sant’Anna, così recita: “Et più, dalla via de Santo Nicola, confinando con lo paretone antico verso la borea e la chiusura di Lucrezia Vacca, la via di Martina, l’olive della corte ed altri confini, dentro lo quale rivenito ci si comprende la scesa di Sant’Anna, di Santa Olivina e la Bamma cara: Possiede infiniti alberi d’olive.” (cfr. foto). Questa volta il nome appare nella forma “Santa Olivina”.

Il documento del 1603 in cui compare il nome di “Santa Olivina”

Il passo è importante soprattutto per i confini: la via di San Nicola, antica direttrice verso la zona della ferrovia e verso Cisternino; un antico “paretone”; la chiusura di Lucrezia Vacca verso borea, cioè verso nord; la via di Martina; l’“olive della corte”. All’interno di questo spazio vengono ricordate la scesa di Sant’Anna e Santa Olivina.

La scesa di Sant’Anna. L’area dell’abbazia non va immaginata nella configurazione attuale: come è stato osservato negli studi a essa dedicati, l’antico ingresso era orientato verso la valle, verso la parte del territorio che digradava verso la lama. Non a caso la tradizione locale ricorda “Sand’ Ann a mienz a l’arve dde la lie”, cioè Sant’Anna in mezzo agli alberi degli ulivi. Le fonti lo confermano: nella documentazione della cosiddetta causa dell’Ammazzalorsa, pubblicata nel mio studio sulla Relazione dell’Arciprete Donato Maria Lombardi, si ricordano oltre cinquecento alberi di ulivo.

Santa Livina, Santa Olivina, Santa Lavinia? Nel 1565 abbiamo Santa Livina, nel 1603 Santa Olivina; in precedenza avevo pensato a una Santa Lavinia. Sono forme che non possono essere sovrapposte senza una verifica documentaria e paleografica. Ma la breve distanza tra le due attestazioni fa pensare non necessariamente a cappelle diverse, bensì a forme differenti di uno stesso nome, trasformato nella scrittura, nella pronuncia o nella trasmissione documentaria.

Dove potrebbe trovarsi? Mettendo insieme il documento del 1603, la conformazione del territorio e le antiche vie, la ricerca sembra convergere verso la zona che avevo già indicato: l’area prossima all’antico percorso della via di Martina, dove oggi si incontrano le direttrici verso Martina e verso Galante/Menzella. Non abbiamo ritrovato le fondamenta di Santa Livina; ma le indicazioni documentarie sembrano consentire di circoscrivere un’area nella quale potrebbe essere stata collocata la cappella.

Una piccola cappella dentro un paesaggio scomparso. Per comprendere Santa Livina dobbiamo ricostruire mentalmente il suo paesaggio: le strade percorse a piedi, le campagne ricche di ulivi, l’antica Sant’Anna affacciata verso la valle, i viandanti e i sacerdoti in cammino, le piccole cappelle senza porta e, all’interno, un semplice altare pronto ad accogliere l’ara portatile.

La ricerca, naturalmente, non può dirsi conclusa: resta da chiarire l’origine del nome, da verificare la topografia indicata dalle fonti, da cercare nuovi documenti che possano trasformare una plausibile ricostruzione in una certezza. Ma una cosa è già possibile fare: restituire un nome al paesaggio scomparso di Ceglie e, attraverso quel nome, provare a restituire un luogo alla memoria della nostra storia.

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