11 Luglio 2026

La passione che unisce dialetto e lingua

Letterati e artisti alla corte di Federico II a Palermo. A sinistra la copertina del libro di Dino Solazzo
Letterati e artisti alla corte di Federico II a Palermo. A sinistra la copertina del libro di Dino Solazzo

Le espressioni locali hanno un fil rouge con l’idioma di una nazione: lo storico Scatigna Minghetti parte dal gergo di Francavilla Fontana per trovare assonanze d’amore nella “Scuola Poetica Siciliana”, in sostanza alla formazione del nostro italiano. Complice una rondinella apparsa anche nel libro di memorie di Dino Solazzo

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di Gaetano di Thiène Scatigna Minghetti

… Ricordo la cantata di Ggiuanni soprannominato “Pizzichicchiu” – ossia, il più piccolo -: “Vula ninninèdda, vula luntànu

va’ ddo l’amori mia e dilli ca l’amu”.

​La rondinella, che deve volare, poeticamente, lontano, è la protagonista assoluta del distico prezioso nell’effervescente parlata di Francavilla Fontana. Consiste, esso, in un saggio nell’idioma francavillese che esprime l’animus vero, autentico, di una comunità che ospita dei cittadini intraprendenti, esuberanti, a volte, anche, straripanti.

​Lo storico Pietro Palumbo (1839 – 1915), illustre figlio di questa terra, esterna il proprio pensiero, nei confronti dei conterranei, nei termini seguenti: “… sempre agile, parolaio, il francavillese può dirsi lo zingaro del Regno. Lo si trova dovunque, sino a Napoli, fin nella campagna di Roma, ove vende grano, fichi, tabacco di contrabbando, e ritorna con cavalli ed altro” (P. Palumbo, Storia di Francavilla Fontana, città in Terra d’Otranto, Fasano di Brindisi, Schena Editore, 1994, vol. II, p. 246).

​È, quello riportato qui, il 2° dei testi in dialetto francavillese che ho enucleato dalla pagina 11 del memoir di Dino Solazzo, Ritorno di Narduccio a Francavilla, (D. Solazzo, Ritorno di Narduccio a Francavilla, Francavilla Fontana, Montanaro Editore, 2025, p. 11), in quanto mi ha maggiormente intrigato non soltanto per l’accento nostalgico, struggente, che ne costituisce lo stigma ma, in maniera particolare, per un illustrissimo archètipo, situazionale e poetico, che connota il principio vitale della strofa binaria nel dialetto dell’antica Francavilla d’Otranto.

​Il Re di Sardegna, Enzio (1224 – 1272), – dal tedesco Heinz- prigioniero dei bolognesi, che lo catturarono, il 26 maggio del 1249, dopo la battaglia della Fossalta, nei pressi di Modena, al comando dei Ghibellini d’Italia, si rivolge alla “ballatetta” per commendarle un delicatissimo incarico: quello di recarsi nella terra del Tavoliere, la “Puglia piana, la magna Catapana”, il sito del cuore, la terra dell’anima non soltanto sua, ma dell’intera famiglia degli Hòhenstaufen, perché vi sorgono tra le altre, le città di Foggia – sede del palazzo Imperiale degli Svevi – e di Manfredonia, in tal modo individuata in omaggio al Re Manfredi Lancia (1232 – 1266), figlio naturale, riconosciuto, dell’imperatore Federico II di Svevia e di Bianca Lancia (secolo XIII), – v., Dei Lancia di Brolo. Albero genealogico e biografie, Palermo, Tipografia diretta da G. B. Gaudiano, 1879, pp. 80 – 88-, sposa morganatica del figlio di Arrigo VI (1190 – 1197) e di Costanza d’Altavilla (1146 – 1198), ultima esponente della reale famiglia normanna del Regno di Sicilia.

«… E vanne in Puglia piana

la magna Catapana

là ov’è lo meo core

notte e dia.»

​È la stessa assonanza, il medesimo afflato tormentoso, afflittivo, che accomuna i due testi: quello dalla dimensione popolare, nel dialetto della città degli Imperiali, e l’altro, nella espressione colta, studiata, verosimilmente nell’italiano aurorale della “Scuola Poetica Siciliana”, che, pur così distanti nell’origine e negl’intenti, presenta, incontestabilmente, una filosofia di vita, una valorialità di pensiero, di accenti che sconcertano, che inducono a pensare. Cosa? Come risulti viva, nella personalità dell’uomo, sebbene la collocazione geografica, specie del suo animo, si possa spesso dire all’otria. Come essa conduca, sempre, a quella reductio ad unum che si appella “cuore”: che pulsa, che vive senza soluzione alcuna di continuità, con fervida costanza, votato ad esaltare lo stesso sentimento; alimentare l’identica passione che brucia; stimolare la medesima, divorante ardenza:

«… va’ ddo l’amòri mia e dilli ca l’amu».

​E, con quale cosa si ama, se non con il cuore? È in questo organo dell’essere umano che trova la propria sede di elezione, la stanza naturale, quell’ineludibile moto dell’anima che, di consueto, si chiama amore. 

​La conferma a questa interpretazione, avviene, immediata, ad effetto del distico che segue, compreso nella identica giustezza del foglio:

«Amori amori amori mia

ti tegnu allu cuštatu ti lu cori»,

ossia, dal lato del cuore che, letto d’acchito, può apparire come una sorta di tautologia, ma che, in realtà, figura come un rafforzativo che sta a significare, in esclusiva, come l’amore stia bensì solo e soltanto nel cuore e non nella mente, non sulle labbra, non nell’intera bocca, aree, superfici più razionali, più freddamente selettive nella relazione amicale o più propriamente affettiva, sia con se stessi che con gli altri.

«… là ov’è lo meo core…»: l’urlo silente di Enzio!

​Il cuore! È sempre esso! È sempre esso la dimora che stimola, la facies ineludibile, il punto focale, inevitabile: in ogni tempo storico e passionale; in ogni latitudine spaziale, in ogni ceto sociale, in ogni sequenza dei sentimenti, dell’emozioni, dei pensieri, dei desideri, degli odi, dei pregiudizi, delle avversioni, del disprezzo: formano, insieme, l’intima essenza della vita, e la nutrono, trasmettendo quel sottile soffio inspiratore, quell’evanescente filo che lega con indissolubile vincolo, con irresistibile attrazione chi del cuore si rende garante, subornato, famulo, come chiaramente viene significato dai distici, sia di origine colta che, eziologicamente, popolare, chiamati, qui, a essere, solamente dalla prospettiva estetico-sentimentale e dall’angolazione geografico-fonematica, testimoni nell’esperienzialità della quotidiana esistenza. Come insegnano, nella miseranda fattispecie del Re Enzio, prigioniero, i teneri, malinconici documenti letterari -sia popolari che in lingua-, esaminati in questo studio attento, passionato, con accurata, avvolgente acribìa.

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