A vent’anni dalla scomparsa di un parroco che ha accompagnato profonde trasformazioni sociali, il libretto celebrativo del compatrono San Rocco ricorda la sua figura. L’articolo pubblicato nell’opuscolo curato da don Lorenzo Elia, oggi alla guida di una parrocchia dinamica e attenta alle evoluzioni di una eterogenea comunità
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di Mino De Masi
C’è un filo sottile, quasi invisibile eppure solido, che lega la comunità cegliese alla chiesa di San Rocco, parrocchia che nella sua storia ormai ultracentenaria ha assistito a profonde trasformazioni sociali del paese, partecipando a quei processi evolutivi che talvolta solo la compiutezza storica può effettivamente capire e collocare.
Nel ventennale della scomparsa spicca la figura di don Michele Pastore, un sacerdote che nella seconda metà del secolo scorso ha accompagnato i mutamenti del “giovane” quartiere cresciuto intorno alla chiesa. Quando è arrivato a Ceglie Messapica era giovane anche lui, 30 anni: era il 7 novembre del 1969 quando si è presentato all’allora parroco don Giovanni De Cataldo e ai parrocchiani, forse spaventati da quell’“omone” venuto dalla vicina Francavilla Fontana. Un timore durato ben poco perché già alla prima Messa domenicale seppe conquistare fiducia e amicizia, doti che a Ceglie si sanno manifestare e condividere con generosità.
Sembrava uno straniero tra stranieri, ciascuno alla ricerca di una propria identità da spartire con altri. Negli anni ’50, e soprattutto nel decennio successivo, i cegliesi abbandonarono il centro storico (in migliaia anche il paese, emigrando) per trovare alloggi più confortevoli e l’area di San Rocco rappresentava un modello di espansione urbanistica. La ricerca di modernità non aveva tenuto conto però che, comunque, nelle nuove case ci avrebbero vissuto persone, che le famiglie andavano integrate con nuovi stili di vita, che le mansuete consuetudini del cortile o della stradina erano ormai lontane come la via Gluck: le nuove abitazioni avevano comodità e termosifoni, ma restavano fredde nell’anima.

Don Michele capì il disagio guidando il nuovo “popolo” che s’andava formando, intervenne con pacatezza ed energia creando il luogo d’incontro. Anzi, i luoghi. La chiesa con i suoi momenti liturgici, il salone di aggregazione che fungeva un po’ da teatro e un po’ da centro di discussione, l’asilo, il completamento della chiesa in contrada San Giovanni. E, poi, per i ragazzi, il piccolo campo da calcio, l’animosità nel gruppo Scout e la riflessione nei locali dell’Azione cattolica, il gruppo giovanile sorto intorno al progetto “Frontiere aperte”, la pubblicazione di un suo mensile, d’estate i “campi” nei boschi della Sila, prime forme di aggregazione per gli adolescenti che si affacciavano alla vita. Non solo la “giurisdizione parrocchiale”, ma tutto il paese aveva trovato il nuovo punto di incontro, con attività aperte a tutti perché tutti potevano partecipare nel suo “cantiere”.
Don Michele era “solo” un giovane viceparroco, ma con don Giovanni si instaurò un equilibrato dosaggio tra rispetto della tradizione e innovazione, un “pareggio” che il vulcanico don Michele lesse a modo suo, secondo il mandato riformista del Concilio Vaticano II. E allora, via con la Messa domenicale in format più giovanile, al posto dei canti gregoriani (mai andati in soffitta) dalle navate della chiesa si levavano brani ritmati con chitarra, basso, batteria, tastiera e persino sax. Era la “Messa beat”, celebrata alle 10, con diverse repliche nel rito festivo delle 11,30 per la gioia di genitori e nonni. Che, poi, erano gli altri punti di riferimento di don Michele.

Guidava i più giovani, li ascoltava come faceva con gli adulti. Un’attenzione extragenerazionale ai problemi guidava l’attività di don Michele, interprete delle problematiche di una società che lasciava inutilizzate le opportunità che pur offriva. E allora il “libretto di istruzioni” era proprio quel prete, con i colloqui in un buco di stanza che d’improvviso sembrava il Colosseo. La “formazione” che impartiva don Michele era di vita, di esperienza, di conoscenza e di fede, una miscela che nei momenti più difficili si è tentati di consegnare ad una ineluttabile rassegnazione. Lui però, con quel vocione tra il Carmelo Bene e Nando Gazzolo cui affidava le sue espressioni genuine, era capace di trovare variabili spirituali e filosofiche che esortavano al coraggio, alla speranza, anche alla lotta se condotta nella comprensione del prossimo, urlando (come avrebbe invocato papa Francesco dopo molti anni) il disagio e la pretesa di una vita giusta fondata su rispetto e dignità.
Un precursore, forse un po’ troppo, come lo giudicava chi voleva ridimensionarlo non riuscendo però a zittirlo: conquistava con la parola perché sapeva ascoltare, dote sempre più rara. E ascoltava perché sapeva guardare, perché sapeva accogliere, ascoltava perché sapeva capire, perché era uno di famiglia nella sacralità e responsabilità gerarchica della funzione. Amico, mai complice.
“Poeta della fede” lo avrebbe descritto Damiano Leo nel libro del 2021 dedicato a Don Michele Pastore, lavoro dove emerge la spiritualità poetica del sacerdote, una intensità espressiva sottolineata dal professor Pietro Magno che per la casa editrice Schena ne ha seguito e curato tre sillogi.
Certo, ricordare chi ci ha lasciato rischia di appiattire al rialzo le virtù di una figura, l’enfasi piacente e il buonismo assolutorio sono lì pronti a livellare ogni merito; tuttavia per don Michele Pastore, un apostolo dei nostri tempi, c’è ancora un debito di riconoscenza da onorare. Non solo per la longevità del suo mandato a Ceglie, quasi trentatré anni (che per la Chiesa hanno un essenziale significato simbolico), neppure per la sua costante presenza, quanto per gli insegnamenti offerti attraverso propri comportamenti. Come nel 1998, nel centenario della chiesa di San Rocco celebrato con riti solenni e presenze rilevanti: anche in quell’occasione, lui che aveva voluto l’evento e s’era occupato degli aspetti organizzativi, volle restare un passo indietro in quanto la “protagonista” era e doveva essere l’intera comunità cegliese.

Una compostezza morale che usò anche quando nel settembre del 2001 annunciò a sorpresa il suo trasferimento a Francavilla, una decisione che provocò forti proteste subito placate dal parroco in osservanza ad una obbedienza mai tradita e rispettata fino alla sua morte, il 2 luglio del 2005.
Quasi un’epigrafe ciò che ha scritto monsignor Domenico Caliandro, arcivescovo emerito della Diocesi di Brindisi-Ostuni e per alcuni anni viceparroco nella chiesa di San Rocco: “Il suo modo di essere prete e la sua personalità sono stati per me una risorsa esistenziale e spirituale. Stare accanto a lui, mi ha condotto a rimotivare, consolidare, e verificare le mie convinzioni, scelte, priorità”.
Giudizio che vent’anni dopo la scomparsa di quel prete, che con ironia si vantava d’aver giocato al calcio con l’abatino Gianni Rivera (in caserma a Orvieto, durante la leva militare), che tutelava gli indifesi, che trovava comprensione nei torti subìti, che cercava ragioni nell’irrazionale, che nel caos indicava la via di uscita, esprime un valore da consegnare ai giorni futuri.
(versione integrale)

