11 Luglio 2026

Don Carlo Gnocchi, soldato di Fede

Don Carlo Gnocchi, il cappellano alpino sui fronti di guerra del secondo conflitto mondiale

Ospitiamo l’intervento di Pasquale Elia, ufficiale dell’Esercito in congedo, sull’alpino cappellano che nel secondo conflitto mondiale si adoperò sui fronti di guerra per portare conforto ai militari. Una vita dedicata all’aiuto delle persone e contro l'”utilità” delle armi. Nel 2009 è stato beatificato da papa Benedetto XVI

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di Pasquale Elia

In questo articolo vorrei tracciare il profilo di un uomo, un soldato, un prete, un cappellano e l’alpino durante la seconda guerra mondiale sul fronte greco-albanese e in seguito nella disastrosa campagna di Russia. Il cappellano militare è un soldato disarmato, munito della sola Fede. Il compito diventa arduo e si evidenzia, nella necessità, quando deve operare in territorio di guerra.

Don Gnocchi nasce a S. Colombano al Lambro, presso Lodi, il 25 ottobre 1902. Orfano di padre all’età di due anni. La famiglia composta dalla madre, da Carlo e dai due fratelli Mario e Andrea, si trasferisce a Milano. Entrambi i fratelli, nel giro di pochi anni, muoiono di tubercolosi.

Carlo entra in seminario alla scuola del Cardinale Andrea Ferrari e viene ordinato sacerdote nel 1925 dall’arcivescovo di Milano Eugenio Tosi.

E’ un giovane prete, sociale per vocazione, diverso da tanti religiosi del tempo, forse anche un po’ ribelle. E’ un sacerdote semplice ed allo stesso tempo di grande levatura. Raccoglie stima e consensi dalla gente, tanto che la fama delle sue doti di educatore giunge fino in arcivescovado. Per tale motivo, nel 1936 il Cardinale Ildefonso Schuster lo nomina direttore spirituale di una delle più prestigiose scuole di Milano: l’Istituto Gonzaga, retto dai Fratelli delle Scuole Cristiane.

Nel 1940, l’Italia entra in guerra e schiere di giovani vengono chiamate alle armi ed inviate al fronte. Don Carlo si arruola volontario come Cappellano militare. Il 12 marzo 1941 si presenta al Distretto Militare di Milano. Viene assegnato dapprima al btg. Edolo del 5° Rgt. alpini di stanza a Merano, allora in organico alla 2^ Div. Tridentina, ma in seguito la destinazione viene modificata con il 105° btg. cpl. del 5° rgt. alpini con sede Milano.

Alcuni giorni dopo, con trasferimento d’urgenza, viene assegnato ad un reparto in zona di operazioni, come da lui richiesto: il btg. “Val Tagliamento” della Div. Alpina Julia e inviato al fronte greco-albanese. Dopo pochi giorni, il 21 marzo, riceve l’ordine di partenza per l’Albania. Sul fronte greco-albanese la Julia subirà forti perdite, vari canti alpini ricordano i massacri di quel fronte, la tragedia del ponte Perati, sul fiume Vojussa.

La guerra, in primavera, non permette di vedere sbocciare la natura, si vedono aree martoriate dalle granate, campi bagnati dal sangue di tanti giovani. Quelli che ritornano dopo il cambio al fronte sono uomini dai volti stralunati, dalle uniformi sbrindellate, sporchi. Per don Carlo è il primo impatto violento con la terribile ferocia della guerra, della morte.

Don Carlo si pone la domanda: 

A tali condizioni li riduce il fronte, la trincea, la guerra? Così dovrò ridurmi anch’io?” .

E fa delle riflessioni:

“Cominciano a crollare in me, per la prima volta, le convinzioni inculcatemi da anni circa la guerra necessaria e giusta”. E ancora :”Cominciano a tentennare le mie forti convinzioni patriottiche. A contatto diretto con la realtà, i miei castelli in aria cominciano a crollare, uno dopo l’altro”.

Malgrado la notte difficile trascorsa: “all’alba ringrazio Dio in cuor mio e mi alzo. Indosso la divisa e mi presento in fureria per la celebrazione della Messa e della colazione. Mi trasferisco sul fronte, nelle retrovie appena dietro la linea del fuoco”.

Celebra la Messa al campo, pur tra qualche inconveniente. Il crepitio della mitragliatrice che sparge grandi quantità di proiettili, sovrasta altri colpi di fucileria e di artiglieria, nella valle rimbombano boati e colpi secchi. In molti cadono sotto i colpi della mitraglia o colpiti dalle schegge delle bombe dell’artiglieria che fa sbarramento, battendo il terreno su cui avanzano gli italiani.

Don Gnocchi ha il primo incontro con la morte:

Misericordia, mio Dio – esclamo quando vedo in una buca fradicia di neve e fango un tenente, il corpo supino, colpito a morte da una pallottola. Gli occhi sono vitrei, spalancati, fissi in cielo. Non assuefatto a simili spettacoli, mi sento tumultuare il cuore in petto e, con sforzo sovrumano, guardo un istante il caduto. Esito. Poi con gesto di estrema pietà, gli chiudo le palpebre, mentre mormoro le parole dell’assoluzione, Ego te absolvo……faccio il segno della Croce.”

I numeri rendono più compiutamente il terribile quadro: in quella campagna, durata pochi mesi, si ebbero più di 9.000 morti, 6.300 dispersi e 15.000 feriti. Don Carlo Gnocchi annota il ricordo di quei terribili momenti con la frase : “Così è il campo di battaglia della Julia : un mattatoio a cielo aperto e senza difese”.[1]

Rientrato dalla campagna di guerra dei Balcani, nel novembre del 1941, dopo un periodo di licenza a Milano, il 12 luglio 1942 avviene la partenza dalla stazione di Verona Porta Vescovo per il fronte russo con la Divisione Alpina Tridentina.

Lasciata la città scaligera, risale la valle dell’Adige, raggiunge il Brennero, attraversa la Germania quindi, dopo più di dieci giorni di viaggio, giunge in Russia.

La Tridentina destinata dapprima al fronte sulle montagne del Caucaso, inizia il trasferimento per raggiungere Rostov ma durante la marcia giunge il contrordine. Alcune truppe del Corpo di Spedizione italiane in Russia (CSIR) che teneva il fronte sul fiume Don hanno avuto un cedimento : la nuova “Armata” con il Corpo di spedizione alpino deve garantire una maggiore copertura [2]. Così i reparti della Tridentina sono fatti affluire in un settore del fronte, lungo il fiume Don, che spazia da Belogorje a Novo Kalitwa.

Nel gennaio del 1943 vive, a fianco dei suoi alpini, l’immane tragedia della ritirata. Don Carlo dapprima rincuora chi gli sta vicino, poi cade egli stesso stremato ai margini della pista, su cui transita lenta la fiumana di uomini. Viene miracolosamente raccolto dagli alpini, caricato su una slitta, dove giacciono altri feriti, moribondi e congelati e viene salvato.

Il 17 gennaio 1943 Don Gnocchi scrive  :

Era un fosco tramonto invernale e quando la Tridentina ricevette l’ordine di sganciarsi dal nemico e di ritirarsi, aprendosi la via con le armi nel cerchio di ferro che i russi le avevano ormai saldamente ribadito dietro le spalle dilagando dalle opposte ali dello schrieramento”.

Dal primo giorno non vi fu tregua: gli attacchi russi li sorprendevano, quegli uomini sbucavano, a volte, da un canalone, a volte, da un burrone e dopo aver fatto morti e feriti sparivano da dove erano venuti e il cammino riprendeva lento e ordinato. I feriti erano molti e anche l’inverno colpiva con i congelamenti.

Don Carlo Gnocchi con i “suoi” bambini da papa Pio XII

I primi giorni i reparti sono ordinati, ogni compagnia ha un proprio plotone in testa al quale gli altri danno il cambio ad intervalli regolari.  Agli alpini seguono i muli, i carriaggi quindi i mezzi motorizzati che ogni due ore sostano per lasciare avanzare gli uomini. Gli attacchi russi erano continui, i feriti erano molti e anche l’inverno con la sua temperatura di meno 38°colpiva con i congelamenti. 

Don Gnocchi scrive:  “Chi di noi, tra le molte possibilità di guerra, aveva messo mai quella di un ripiegamento e, peggio, quella di un accerchiamento? Otto mesi di fronte russo ci avevano dato la certezza, nata dall’esperienza, che la forza bruta dell’avversario non avrebbe mai avuto ragione del valore e dell’intelligenza degli Alpini d’Italia”.

Il 26 gennaio 1943 a Nikolajewka si compie un rito di vita. Quel giorno segna la sorte della moltitudine di alpini, di fanti, di artiglieri, di genieri “rimasti” : un giorno di salvezza per alcuni, di morte per altri, molti. Molti, troppi vengono colpiti da quello sbarramento di fuoco, che sta mietendo giovani vite. Don Carlo è là, in mezzo agli alpini. E dopo la battaglia scriverà : “Dio è con loro, ma gli uomini furono degni di Lui”.

 L’Ufficiale medico alpino e scrittore Giulio Bedeschi così descrive la situazione:

Erano tutti stracciati, fradici, le divise a brandelli, le camicie strappate, le fasce penzolanti e disfatte li facevano sembrare mendicanti, vagabondi cenciosi. Quasi nessuno aveva scarpe, i piedi erano avvolti in stracci tenuti insieme con spaghi, con ritagli di coperte, con brandelli di maglie. Qualcuno aveva infilato i piedi in maniche di cappotto serrate anch’esse oltre le dita e all’altezza della caviglia con cordelline, cinghiette, lembi di camicia; un soldato aveva un piede chiuso in un tascapane e l’altro piede nudo. S’avvicinavano alla baracca zoppicando, gemendo o trassportati a braccia dagli infermieri o saltellando sul piede ancora sano, agitavano l’altro a mezz’aria, violaceo e nudo o ferito o già morto. Entravano nella baracca, giunti alla prima stazione del loro calvario”.[3]

Gli eventi precipitano giorno dopo giorno, i veicoli a motore rimasti senza carburante vengono abbandonati, rimangono gli alpini e i muli, le slitte riservate ai feriti, ai congelati e alle munizioni.  Le giornate lunghe, lunghissime, interminabili, passi lenti nella neve,  spesso intervallati dagli attacchi dei russi. Le notti lunghe, lunghissime, interminabili scandite da rantoli, imprecazioni, preghiere sommesse, il tutto in un tanfo, in un fetore di carni putrescenti, di sporcizia, di umidità che evapora dagli stracci che coprono gli uomini. 

Il numero delle sagome nere, inanimate a fianco della pista aumenta, si moltiplica, senza pietà, di ora in ora. Quegli uomini senza speranza rimangono là, aspettando che la neve pietosamente li ricopra.

Podgornoje, Opyt…località russe di quella ritirata che logorava, gli alpini sempre braccati dalle forze russe, gli eventi precipitano. Le forze russe tendono a creare uno sbarramento ad ovest. I combattimenti si susseguono in modo incessante, i russi non danno tregua.

Passano Opyt. Dai lati della pista sbucano reparti russi che sparano con mitragliatrici e mortai sulla lunga colonna, che come un interminabile serpente si trascina faticosamente su quella sterminata distesa di neve.

I nostri soldati, sprovvisti di idoneo armamento, di idoneo vestiario per difendersi dalle  gelide temperature di quei luoghi (scarpe di cartone e al posto delle calze le cosiddette “pezze da piedi”), di idonei mezzi di trasporto e soprattutto di rifornimenti alimentari.

Peccato che i nostri “capoccioni” dell’epoca non abbiano imparato niente dalla disastrosa campagna di Russia di Napoleone  del 1812.      

I sopravvisuti a quella ritirata hanno percorso, a piedi,  in soli 17 giorni di marcia ben 700 lunghi Km nella gelida steppa russa senza acqua, senza viveri, senza idoneo equipaggiamento,  inseguiti dalle bombe e dai proiettili del nemico.                                                                                                              

Durante la Seconda Guerra Modiale, nella campagna di Russia, l’Italia subì una delle più grandi tragedie della sua storia militare. Si stima che circa 90.000 uomini non fecero più ritorno alle loro famiglie, alle loro mamme, alle loro mogli, ai loro figli, perdendo la vita, sul campo, durante la disastrosa ritirata o nei gulag sovietici.

Il 25 ottobre 2009 don Carlo Gnocchi, nel duomo di Milano è stato dichiarato beato, ultimo passo del processo verso la beatificazione. Il Cardinale Carlo Maria Martini lo ricorda : “sacerdote straordinario che ha vissuto con intensità ogni stagione della sua vita, stando sempre accanto a qualcuno assetato e bisognoso di speranza”.

(Un particolare ringraziamento a Gaetano Paolo Agnini autore del libro:

Don Carlo Gnocchi alpino cappellano”).                                            


[1] Gaetano Paolo Agnini, Don Carlo Gnocchi alpino cappellano, pag. 71

[2] Ibidem pag.83

[3] Giulio Bedeschi, “Centomila gavette di ghiaccio” pag. 39

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